Comieco

Tutto cominciò con un TACCUINO

di Giuseppe Cederna



Quello che avete tra le mani è un taccuino. Un bel taccuino. Ma non è questo che conta. Anche se fosse un taccuino qualsiasi non farebbe differenza. Non esistono taccuini qualsiasi.  O meglio, dipende da voi. Potete farne quello che volete. Anche usarlo come fermacarte e dopo qualche ora dimenticarvi della sua esistenza.
Sarebbe un peccato però, un’occasione persa. Le nostre vite sono piene di occasioni perse.
E invece no. Un taccuino è un’occasione da non perdere.
“Tutto comincia con un taccuino” scrisse un grande poeta, e io sono d’accordo con lui. Io vivo di taccuini.

Senza di loro non riuscirei a percepire pienamente la mia esistenza. Senza di loro non sarei qui a raccontarvi questa storia.

Tutto cominciò con un robusto taccuino rilegato in tela color sabbia che mia cugina Giulia, molti anni fa, mi regalò per la prima di un mio spettacolo. A quel tempo ero un Anfeclown, un fool rock sulla scia del grande Jango Edwards e nella dedica mia cugina mi incoraggiava a raccogliere altre storie e, magari, “le nuove opinioni di un clown metropolitano”.

Qualche mese dopo il taccuino mi accompagnò nel mio primo viaggio in Oriente e le opinioni di un clown si trasformarono in quelle di un viaggiatore.
Grazie a quel viaggio e a quel taccuino cominciai a scrivere, a raccontare luoghi, incontri, sogni, avventure: dalle isole del Mediterraneo alle coste atlantiche del Marocco, dalle oasi del Sahara ai coccodrilli dei fiumi rossi dell’Etiopia, dalle balene bianche dell’Himalaya alle sabbie mobili dei set di Hollywood, fino agli alpeggi delle Orobie valtellinesi e alle panchine del cimitero degli inglesi a Testaccio-Rome, dove riposano Shelley, Keats e Antonio Gramsci.
Sempre con un taccuino. Mai compagno di viaggio fu più inseparabile e prezioso. Il taccuino mi insegnò a fermarmi, a guardare in profondità e ad ascoltare le voci del mondo. A non avere paura del silenzio e della solitudine. Ad accogliere il canto della durata e il dolore della perdita.
La mia casa è un taccuino.

Giovani taccuini nella libreria, a bottega da Stevenson, Kipling e Thoreau; taccuini freschi di strada aperti sul tavolo e un centinaio di veterani in letargo stipati nei cassetti di un vecchio mobile di noce, un monetiere del settecento che profuma ancora del tabacco da pipa di mio padre.

È il mio tesoro. La mia riserva di storie in attesa di risvegliarsi e riportarmi dall’altra parte del mondo, in un altro quartiere della mia città, in un altro tempo della mia vita.
Il taccuino è l’essere più fedele e sincero che conosca. Uno scrigno di materia viva e pulsante. Ti basta aprirlo e lui parla: odori fulminanti, sapori dimenticati, foglie secche, pallidi fiori trasparenti come ostie, vecchie ricevute, biglietti da visita, notti sotto le stelle e attese. Le attese soprattutto. Un autobus o un treno che non arrivano, un amore in ritardo, il salottino di un dentista, una lunga fila alla posta. Ogni attesa in compagnia di un taccuino si trasforma in una miniera.
E le più sorprendenti, le più ricche sono quelle sotto casa, quelle che subisci nella vita di tutti i giorni.
Con il taccuino non c’è lavitadituttiigiorni, ma OgniGiornolaVita.

La meraviglia e la sorpresa affidate ad un foglio di carta.
La carta è viva, respira, si illumina, si impregna e assorbe, poi, lentamente si ritira e muta colore segnandosi come la pelle di un volto. Ogni taccuino vive a lungo, come e più della sua pelle.
Ogni taccuino ha la sua voce. Ogni taccuino ha un’anima e una storia che solo a tratti, misteriosamente, sono anche le nostre.

Un taccuino a righe. Ne ho sempre uno sul comodino dovessi svegliarmi e acchiappare al volo un sogno: un taccuino a righe e una matita morbida. Le righe riescono a malapena ad arginare il torrente della mia scrittura e spesso neanch’io riesco a decifrare quello che ho scritto. Tanto da farmi sospettare che, talvolta, sia qualcun altro quello che scrive. Un altro immensamente più ricco, più sensibile e intelligente di me. Un altro che solo il taccuino conosce.
È il momento di confessarvi una piccola bugia. Quel grande  poeta di cui vi ho parlato non scrisse “tutto comincia con un taccuino”, ma “tutto comincia con un sogno”.
I taccuini sono alleati dei sogni.

Una volta feci un sogno, un orribile incubo. Sognai che i miei taccuini erano scomparsi. Volatilizzati. Sul tavolo ne erano rimaste solo le sagome, tratteggiate sul legno come i resti di un incidente stradale e i nove cassetti del monetiere giacevano vuoti come i loculi di un cimitero abbandonato anche dai morti. Chi aveva potuto farmi questo e perché? Mi aggiravo per la casa senza fiato. La mia casa improvvisamente vuota, indifferente. Un groppo in gola e un morso allo stomaco mi impedivano persino di piangere. “Dò tutto quello che ho per i miei taccuini” mi sentivo ripetere con un filo di voce “tutti i miei libri, i miei ciottoli di fiume, le sculture di legno, tutti i miei tappeti. Lo prometto.”
Mi inginocchiai per terra e sussurrai “dò anche la sabbia del Gange e il bastone dei guaritori Dogon”. A quelle parole arrivarono le lacrime e il pianto finalmente mi traghettò fuori dall’incubo.

Madre Gange e i Dogon avevano avuto compassione di me.
Mi svegliai e corsi ad abbracciarli. Sul tavolo, tra i libri, nei cassetti del monetiere, c’erano tutti.
Soddisfatti di quelle lacrime, di quella promessa, facevano finta di dormire ma io capii.
Avevano voluto mettermi alla prova.
Da allora quasi ogni sera li passo in rassegna. Apro i cassetti, li annuso e ne scelgo uno da tenere vicino al letto.

Avvicinatevi per favore.
Avvicinate le vostre orecchie alle pagine che avete tra le mani e ascoltate.
Un nuovo taccuino sta per entrare nella vostra vita.
Trattatelo bene. Fidatevi di lui e lasciatevi andare.
Buon viaggio.



GIUSEPPE CEDERNA

È attore e narratore.
Da “Mediterraneo” a “Maschi contro femmine”
Ma è anche scrittore e viaggiatore.
Dall’Africa all’Hymalaya, dall’Egeo alla Valtellina.
Con Feltrinelli ha pubblicato “Il Grande Viaggio” la storia di un pellegrinaggio alle sorgenti del Gange e “Piano americano” lezioni di sopravvivenza nella giungla dorata di un set Holliwoodiano.
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