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La Galleria Rubin incontra Andreas Johansson

Andreas Johansson è un artista nato nel 1977 e residente a Malmoe, Svezia, dove ha studiato e si è diplomato alla locale accademia.  Oltre che nel suo Paese ha esposto in Danimarca, Francia e negli Stati uniti.
Propone collage fotografici bidimensionali, tridimensionali e divertenti libri "pop-up" nei quali sculture cartacee tridimensionali nascono nell'atto di voltare la pagina. Se i soggetti rappresentati rimangono gli stessi nelle varie tipologie di lavoro, le opere che più suscitano ammirazione sono i suoi collage a tre dimensioni, che mostrano un sorprendente effetto illusionistico basato sull'anamorfosi. L'intervento consiste in una deformazione dell'immagine che, se osservata da un preciso punto di vista, restituisce la corretta visualizzazione del soggetto in forma molto più efficace e realistica che se l'opera fosse eseguita secondo le corrette regole della prospettiva. E' un effetto spettacolare già conosciuto nell'antichità e che veniva adoperato sia per creare singolari illusioni ottiche che per occultare significati simbolici, religiosi o trasgressivi nelle opere d'arte bidimensionali. Johansson asserisce comunque di essere arrivato al risultato senza essersi ispirato a esempi storici.
Nell'artista svedese, questo effetto diventa il singolare modo di dar vita a un'opera che nasce da una collage di ritagli fotografici messi insieme per creare immaginari paesaggi; dei non-luoghi, come tanti esempi di rappresentazioni di periferie urbane di artisti contemporanei, con la sensazione ancor più straniante dovuta all'assemblaggio di pura fantasia e al loro divenire leggibili solo da un preciso punto di osservazione.    
Il significato e il messaggio che Johansson vuole dare al suo lavoro è un richiamo alla libertà e alla soggettività dell'artista che si esprime attraverso la rielaborazione della realtà e il ricordo autobiografico. Come molti ragazzi, Johansson esplorava il suo mondo di adolescente con lo skateboard e gli oggetti e i rilievi che lo caratterizzavano, che possono sembrare insignificanti relitti di periferie abbandonate, acquistavano valore se vissuti con l'occhio di chi è capace di trasformare ogni ostacolo fisico nella tappa di un percorso affrontato freneticamente con la tavola a rotelle.
La valorizzazione del proprio contesto, apparentemente privo di valori estetici, l'importanza data ai detriti e agli oggetti abbandonati, divenne per Johansson l'occasione per sviluppare  un lavoro poetico e tecnicamente intrigante.
Abbiamo rivolto a Johansson alcune domande sulla genesi delle sue opere e sull'uso della carta.
Andreas, ti sei ispirato a famose anamorfosi degli antichi maestri o hai sviluppato la tua tecnica da solo?
In realtà è stata una mia autonoma scoperta. Tutto è nato in gioventù dalla visita a un castello toscano in cui mi resi conto che il corridoio che stavo percorrendo era molto più breve di quanto non apparisse e che l'effetto era dovuto a un'abile distorsione della costruzione per creare una prospettiva illusoria.
Lo sviluppo della tecnica da parte mia avvenne in modo del tutto casuale. Stavo giocando con un ritaglio di fotografia di una roulotte bruciata che non mi piaceva. Provai a piegarlo in corrispondenza di un angolo e mi accorsi che osservando l'oggetto tridimensionale da un certo punto di vista acquisiva straordinario rilievo.
Pensi che produrre opere in carta sia un limite per quello che riguarda la loro commerciabilità e per trovare dei collezionisti? Non ti vengono fatte osservazioni a riguardo della fragilità delle tue opere?
Non mi pongo questo problema. Per quello che riguarda la carta  fotografica uso la "archival" della massima qualità e questo perlomeno garantisce longevità alla brillantezza dei colori. Per quello che riguarda la fragilità dell'oggetto è ovvio che i miei collezionisti sono consapevoli di dover essere particolarmente attenti, ma per me non è mai stato un limite e anzi trovo questo materiale molto poetico.
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