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La Galleria Rubin incontra Guy Laramée

La finalità di quasi tutti gli artisti contemporanei è quella di spingersi oltre le antiche categorie accademiche di rappresentazione del reale ed esibizione di capacità tecnica per accedere a più elevati e misteriosi livelli di significato. Osservando i lavori di Guy Laramée, singolare figura di artista eclettico canadese, verrebbe da pensare che si vogliano ristabilire le passate semplici norme del fare arte.

Si tratta di preziosi lavori di intaglio e decorazione all’interno di pile di vecchi volumi di Enciclopedia Britannica o altri massicci tomi della cultura classica per rappresentare paesaggi naturali o archeologici. La ricchezza di dettaglio, degna di un miniaturista, sembrerebbe puramente fine a se stessa se non ci trovassimo di fronte a un personaggio con una preparazione e un’espressività vastissima che spazia dalla musica contemporanea, alla pittura, all’installazione tridimensionale e, da tutto il suo lavoro, non emergesse quell’aspetto ossessivo e singolare che connota ogni ricerca artistica contemporanea.

L’erosione delle culture, e della cultura in generale, è il filo rosso che collega 25 anni di sperimentazione con i più diversi “media”.  Sicuramente il progetto Biblios, i paesaggi scavati nei libri, è il più riuscito e convincente riuscendo a esprimere brillantemente il concetto servendosi di una forma originale supportata da un’indubbia perizia e raffinatezza tecnica.

Il concetto espresso è che la cultura, più che accumularsi, viene erosa dal progresso. E’ attraverso la sua consunzione che noi cerchiamo di arrivare al nocciolo, la comprensione di tutte le cose. Nei libri che diventano paesaggi, più l’artista si inoltra nello scavo più i rilievi si appiattiscono. Le montagne sono l’allegoria della conoscenza, cumuli di sapere che vengono consumati alla ricerca del significato ultimo. Questo processo può invertirsi: lo stesso libro, sorgente secolare della cultura, superato dalle nuove tecnologie di divulgazione, nel suo abbandono è ridiventato cumulo, montagna e presto tornerà a farsi vegetale ribaltando il processo che ha portato l’albero a farsi carta. In questa ingannevole rincorsa, destinata a rimanere senza esito, si riconosce l’inquietudine dell’artista contemporaneo, anche se Laramée, diversamente dalla maggioranza dei suoi colleghi, la racconta con una forma e una ricchezza di dettaglio che cerca di far fronte all’angoscia del Mistero con la bellezza e la poesia.

Abbiamo rivolto a Laramée , che vive nel Canada francofono, alcune domande.

Molti artisti contemporanei sono indifferenti alla capacità tecnica nei loro manufatti, previlegiando il concetto. Che cosa ha portato invece lei ad adottare un’espressione così precisa e raffinata?
 Qualche volta la storia dell’arte sembra lasciarci solo due opzioni: artigiano o artista concettuale. C’è in realtà una terza via: essere contemplativi. Io tiro i dadi e attendo la rivelazione. E’ il lavoro che mi “prende” e l’abilità e il talento che dimostro nell’operare sono il segno di un genuino coinvolgimento. E’ un’obbedienza a una linea di lavoro più che un imperativo morale aprioristico.

Ci può raccontare quale è il suo processo tecnico, partendo dal libro fino al paesaggio finito? Quali sono gli strumenti che lei adopera e quanto tempo impiega per terminare una delle sue opere?
Tutto comincia sullo scaffale del venditore di libri usati. Poi il libro può rimanere sui miei scaffali per anni. A un certo punto arriva l’ispirazione e comincio a lavorare. Posso cominciare modellando le forme principali con una sega a nastro poi continuo con una fresa su cui monto una sega a disco; in seguito passo a una fresa più piccola con punte molto dure. Andando nel dettaglio finisco con carta smerigliata fine.
Qualche anno fa cominciai a usare le tinte. Le ottengo da una gommalacca solubile e pigmenti colorati. Uso l’alcol per diluire i colori perché l’acqua stropiccia la carta e, a seconda del tipo di opera, uso altri prodotti specifici o altre tecniche come la doratura. L’opera è la mia padrona e io la seguo dovunque mi conduce!  Quanto al tempo che impiego, dipende dai soggetti: da una settimana a quattro mesi.
 



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