26/06/2012

La Galleria Rubin incontra Jasper de Beijer

Jasper de Beijer (Amsterdam, 1973) è il quinto protagonista delle serie di articoli che abbiamo dedicato agli artisti contemporanei che fanno uso di carta o cartone per produrre le loro opere. E’ il primo fotografo e questo solleva subito l’interrogativo di quale possa essere l’uso di materiali costruttivi come il cartone nell’arte fotografica. Nel caso in esame servono a preparare il set che verrà fotografato. Gli artisti fotografi, infatti, se lavorano in studio, devono costruire più o meno elaborate ambientazioni per preparare lo scatto e, talvolta, la complessità di questa fase preliminare supera la difficoltà tecnica strettamente legata alla professione.
L’artista contemporaneo più conosciuto per questo genere di riprese è il brasiliano Vick Muniz.  Anche l’italiano Paolo Ventura si è guadagnato una solida reputazione internazionale per le sue straordinarie invenzioni scenografiche.
Il giovane de Beijer si distingue per la sua eccezionale abilità con i materiali cartacei con cui elabora complesse ambientazioni a carattere storico o sociale. Trova ispirazione negli argomenti più disparati, dalla cultura giapponese tradizionale alle fotografie di guerra, dal traffico di droga all’architettura vittoriana. Ricostruisce le varie situazioni che vuole narrare con modellini in scala fatti in carta, proponendo poi la sua interpretazione fotografica. I suoi plastici sono così belli e perfetti da costituire, essi stessi, oggetto di mostre.
L’attività espositiva è generalmente monotematica, le sue mostre dedicate a un fatto che l’artista esplora con l’occhio penetrante dell’inviato, giornalista e reporter. In Marabunta, indagine sugli effetti del traffico di droga in Messico, De Beijer è stato tra la gente del luogo raccogliendo interviste e fotografando situazioni reali per ricostruire fedelmente in studio la condizione di una società afflitta dalla criminalità organizzata. Il risultato sono immagini di un effetto crudo e straniante, quasi un luna-park dell’orrore.
In Bultenpost, l’artista ha documentato il risultato di un suo viaggio in Indonesia alla ricerca di tracce dell’era coloniale olandese. La ricostruzione è il risultato di una varietà di approcci tecnici. E’ stato costruito un modellino in scala di una tenuta di campagna olandese del periodo coloniale ed eseguite fotografie da diverse angolazioni che sono state combinate con altre immagini e paesaggi generati con il computer. Qui l’atmosfera è più “soft” e testimonia della camaleontica capacità di De Beijer di interpretare il reale e la storia con un’infinità di diverse sfumature.

Le domande che abbiamo rivolto a De Beijer riguardano la sua doppia natura di costruttore di scenografie e artista dell’obiettivo. 

Quanto impiega a costruire i suoi sets?
Una media di quaranta giorni per ognuno, direi
Li tiene o vengono distrutti dopo lo scatto?
La maggior parte vengono distrutti . Ne tengo solo alcuni per ragioni sentimentali.
Il suo lavoro mi fa pensare molto a Vick Muniz e a quello di Paolo Ventura. Pensa di essersi ispirato a loro nello sviluppo della sua tecnica?
Amo il lavoro di entrambi. Con Ventura ho anche esposto in un museo all’Aia e quindi lo conosco personalmente.
Ci sono altri artisti del presente o del passato che sono stati una fonte di ispirazione per lei?
Si, certo. Per fare alcuni nomi Goya, Picasso, Matthew Monahan, Thomas Demand, Samuel Palmer.
Le danno maggiore piacere e soddisfazione la sua abilità di fotografo o di artigiano?
Decisamente artigiano
Pensa che carta e cartone siano materiali validi per costruire opere d’arte permanenti?
Sono il meglio. Consentono la massima espressività e sono estremamente flessibili e semplici nel loro utilizzo.

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