29/11/2012

La Galleria Rubin incontra Jonathan Brand

Jonathan Brand è un giovane artista canadese che risiede a Brooklyn. Lo si potrebbe definire uno scultore anche se le sue finalità e metodi lo rendono più affine alla famiglia degli artisti concettuali. I suoi progetti sono numerosi e la carta non è quasi mai il materiale costitutivo dei suoi lavori.
Tuttavia, in ottobre 2011 ha esposto nella prestigiosa galleria Hosfelt di New York una scultura  cartacea di grandissimo impegno, per le dimensioni, il tempo e le risorse che sono state necessarie alla sua fabbricazione. Lo stesso lavoro è stato oggetto di una mostra personale che si è chiusa da poco nell'importante museo  Aldrich,  nel Connecticut.
Più che di un'opera si tratta di un progetto complesso, chiamato "One Piece at a Time", e consiste in un auto, la mitica Ford Mustang degli anni '60, di cui ogni minimo componente è stato realizzato a partire da fogli di carta colorata con una stampante inkjet incollati insieme. I singoli elementi costruttivi sono stati poi esposti separatamente, appesi o appoggiati su tavoli da lavoro, come l'auto smontata nell'officina di un meccanico.
Tutto è cominciato con una serie di disegni 3D delle varie parti da realizzare, che sono poi state stampate con una macchina di grande formato.
Come spesso capita nell'arte contemporanea, l'autobiografismo è alla base dell'idea che ha fatto nascere il progetto. Essendo cresciuto alla frontiera con il Michigan, il Midwest conosciuto nel mondo per le sue fabbriche di automobili, Brand ha avuto legami con molte persone coinvolte nelle linee di montaggio, ed è stato egli stesso restauratore di automobili "vintage" , una delle quali è proprio la Mustang gialla del progetto. Esemplare pregiato che aveva recuperato un pezzo alla volta (one piece at a time) e che dovette vendere per comprare l'anello di fidanzamento. Il titolo si rifà a una famosa canzone di Johnny Cash ispirata proprio a un operaio di Detroit.
Per ricostruire il suo struggente ricordo, Brand non si è servito di un automobile reale ma esclusivamente della sua memoria e di alcune fotografie. Pensava giustamente che l'opera d'arte non dovesse ricalcare pedissequamente l'originale, e che fosse più poetico costruire un oggetto "pop", molto inesatto nei particolari, piuttosto che un oggetto iper-realistico.
Abbiamo rivolto alcune domande a Brand per capire se la carta costituisce un fattore costruttivo che lo interessa, ma non è così. Come molti artisti concettuali, l'aspetto tecnico, che si tratti di eccellenza manuale o di esaltazione delle qualità intrinseche del materiale usato, non è primario. C'è un'idea che guida la realizzazione dell'opera d'arte, spesso di natura socio-antropologica, e l'oggetto che ne scaturisce è subordinato. Non ha tanta importanza che sia bello o eccellente dal punto di vista manifatturiero.
Un atteggiamento molto diverso dall'artista intervistata in precedenza, Elise Valdorcia, per la quale il primo passo è interrogarsi "sul pezzo", e cioè sulle potenzialità realizzative che vengono offerte dall'elemento materiale che, volta per volta, si accinge a lavorare. Per la maggioranza degli artisti contemporanei, tuttavia, l'effetto della lezione delle avanguardie, dalla pop art, all'arte povera, all'arte concettuale, arriva in casi estremi a negare qualsiasi rapporto dell'artista con la realtà del suo prodotto.
La conseguenza di questo atteggiamento può essere la disaffezione del pubblico e una difficoltà commerciale. Una destinazione sempre più specializzata dell'opera d'arte al collezionista o al museo allontanano quell'utenza media che preferisce accontentare l'occhio, anche se l'oggetto acquistato non sarà mai considerato di grande valore culturale.
A questo proposito abbiamo chiesto a Brand, che ci tiene comunque a essere l'esecutore materiale delle sue sculture e a curarne i minimi i dettagli,  quale destino abbia avuto la sua fatica.
Jonathan, sei riuscito a vendere la Ford Mustang?
La mostra all'Aldrich ha ricevuto molti riscontri di critici e collezionisti ma finora nulla si è venduto con l'eccezione di pezzi molto piccoli. Ho lasciato la galleria Hosfelt poco dopo la mostra da loro e ho molte difficoltà a gestire il mio rapporto con i collezionisti. 
Questa purtroppo è la sorte di molte valide creazioni contemporanee, soprattutto se di carta, e potrebbe fornire l'argomento a nuove approfondite riflessioni sul mestiere dell'artista e su opere e materiali effimeri.
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