25/02/2005

Scienza e ambiente, uno sviluppo possibile per l'Italia

Era ora. Il dibattito sull'innovazione e la ricerca in Italia comincia ad assumere un profilo più concreto. Ed è così che molti scoprono che il nostro ritardo è strettamente connesso, alle scelte formative degli, studenti universitari e dei laureati nel nostro paese che a maggioranza evitano accuratamente le facoltà scientifiche e tecniche. E questa carenza ci impedisce di sfruttare come dovremmo la più grande risorsa di cui disponiamo: l'ambiente.
Per fare ricerca e innovazione ci vogliono più laureati a indirizzo scientifico di quanti attualmente disponiamo e per fare dell'ambiente una grande risorsa di sviluppo economico abbiamo bisogno di poter contare su un adeguato numero di giovani geologi, biologi, fisici, chimici e ingegneri. Il nostro tessuto industriale tradizionale, costituito in gran parte di piccole imprese cresciute in un mondo nel quale l'offerta era ancora inferiore alla domanda, non ha stimolato finora una domanda in questo senso.
In passato hanno anche realizzato importanti innovazioni di processo e di prodotto, ma sul fronte delle risorse umane non hanno mai espresso una significativa domanda di laureati. Risultato, oggi, su 22 milioni di italiani in età lavorativa, solo 2,8 milioni sono laureati e le matricole delle facoltà scientifiche sono in continuo calo. Nel 2003-2004 sono diminuite ancora dell'1,5% con 12.400 matricole su 323 mila iscritti.
È uno dei sintomi della progressiva terziarizzazione della nostra economia, dove sono sempre meno le produzioni “pesanti” che richiedono l'impiego di professioni tecniche. Il fenomeno, si dice, è comune a tutto l'Occidente, ma certamente questa deriva “terziaria” che produce più comunicatori che ingegneri fa più danni qui da noi che altrove. Un esempio su tutti di questo divario sempre più penalizzante è quello che emerge dal confronto tra Italia e Finlandia. A Helsinki circa 5 milioni di abitanti hanno a disposizione ben 32 politecnici e 20 università; noi con quasi 57 milioni di abitanti abbiamo solo 66 università. I finlandesi inventano i telefoni cellulari e li vendono a milioni di italiani che li usano spesso solo per chiacchierare e non per fare business. Non c'è da sorprendersi se la Finlandia continua a crescere, mentre noi, da anni, siamo fermi.
Bisogna cambiare strada alla svelta, ed è ancora possibile farlo. Come sempre avviene nei fenomeni sociali un nuovo risultato positivo si può ottenere solo facendo leva sulle molte variabili che interagiscono tra loro e sfruttando, quando si è in ritardo come capita a noi, tutte le opportunità che si presentano.
È qui che entra in campo la possibilità nuova di mettere a frutto l'interesse diffuso e crescente per l'ambiente: sia che si tratti del recupero di risorse, materiali ed energia, sia che si tratti dì difesa e buon utilizzo del territorio, l'ambiente può venirci in aiuto. Da una parte, è evidente che le iniziative e gli interventi in campo ambientale, che certamente devono essere comunicati, richiedano cultura e competenze scientifiche. Dall'altra, studiare chimica con la prospettiva di lavorare per migliorare l'ambiente in cui si vive è probabilmente più motivante per un giovane di oggi dello studio della chimica finalizzato solo a lavorare in una raffineria di petrolio o in un impianto di produzione di solventi o coloranti.
L'ambiente, anche se inteso in senso stretto, ha ormai sviluppato filiere industriali che partono dalla raccolta dei rifiuti, dalla loro selezione e trattamento, e terminano con il riciclo dei materiali e la produzione di nuovi manufatti. Nel 1997, per esempio, importavamo carta da macero dal Nord Europa e dagli Stati Uniti per 1 milione di tonnellate l'anno; oggi siamo in sostanziale pareggio con un positivo, anche se lieve, margine di export. Nello stesso periodo sono nate centinaia di aziende attive in campo ambientale (alcune si sono quotate con successo in borsa) che occupano migliaia di persone tra cui emergono nuove figure professionali qualificate.
Ma non si deve dimenticare che l’ambiente non è solo rifiuti domestici e raccolta differenziata, e tanto meno solo rifiuti. Tutto il tema delle bonifiche dei siti industriali dismessi da riqualificare e la salvaguardia dei territori a rischio presuppone il ricorso a imprese che dispongano di un buon numero di geologi, chimici, biologi, ingegneri.
Gli stessi organismi di controllo pubblici del territorio, Apat e Arpa, avranno sempre più bisogno di risorse umane con competenze specifiche relative a rifiuti ed emissioni, soprattutto se la relazione si deve spostare da mero rapporto di controllo giuridico-burocratico a un più complesso rapporto di garanzia e di aiuto concreto alle aziende per modificare processi e comportamenti.
È arrivato dunque il momento di raccogliere tutti i dati relativi agli occupati qualificati nel settore ambientale e darne notorietà in modo che questa conoscenza possa costituire un fattore motivante rispetto alle scelte formative dei nostri giovani. Essi devono sapere che la scienza, la ricerca e l'innovazione sono per loro e per il paese l'unica garanzia concreta di un possibile futuro.
Piero Capodieci
presidente Comieco
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